Il sacco di Sant’Agata tra mito pagano e tradizione ecclesiastica

È giunta l’ottava, uno degli ultimi appuntamenti dell’amata Sant’Agata. Quest’anno la festa ha subito un considerevole mutamento, in seguito all’attuale emergenza epidemiologica. Il divieto di stazionamento imposto nei giorni clou della festa (che saranno in vigore anche oggi) non hanno impedito ad alcuni devoti d’indossare il sacco (come consigliato) e presenziare dinnanzi la Cattedrale (pur essendo vietato, rischiando con la salute pubblica).

“U saccu” è un capo simbolico delle celebrazioni agatine. Solitamente il saio è di colore bianco ma (anche se raramente negli ultimi anni) può essere anche verde. Quest’ultimo colore è spesso associato alle donne (che poterono indossare il saio molto dopo rispetto agli uomini e per i primi tempi soltanto di quel colore) poiché sarebbe simile alla tunica indossata da Sant’Agata durante il Martirio. La vestizione dei devoti con il sacco, durante il cammino del fercolo in processione, crea un incantevole contrasto con il resto dei partecipanti alla festa di Sant’Agata.

La genesi del sacco è tuttora un mistero irrisolto che, senza una documentazione attendibile e verificata, rimane sospesa tra sacro e profano, tra mito pagano e tradizione ecclesiastica. In particolare sono due i racconti spesso legati al sacco e le sue origini.

Il primo racconto popolare risale alla notte del 17 agosto 1126, anno in cui vi fu il ritorno da Costantinopoli a Catania delle spoglie trafugate di Sant’Agata dopo il lungo esilio. La notizia dell’avvenimento arrivò a notte inoltrata tra i cittadini, i quali si riversarono per le strade in camicia da notte e abiti da camera, per l’appunto di colorazione chiara o bianca. Quest’ipotesi è la più popolare e amata dai devoti, poiché coniuga sentimenti e religiosità, ma al confronto storico vacilla nel momento in cui si risale all’invenzione della camicia da notte, successiva all’epoca citata.

Un’altra leggenda risale a tempi davvero lontani e di complicata verificabilità. Il colore del sacco di Sant’Agata ricorderebbe la tunica bianca dei sacerdoti della Dea Iside (o in tempi più “moderni” del culto di Cerere, a cui spesso la divinità femminile è assimilata). Queste tuniche erano indossate durante antichi rituali o feste pagane in onore della Dea e successivamente, con l’introduzione del cristianesimo, furono riadattate anche per le celebrazioni cristiane ritornando, dunque, a essere riproposte per la festa di Sant’Agata.

In realtà entrambe le ipotesi non possono essere accertate e, spesso, vanno in contrasto con alcuni documenti (almeno dell’epoca più recente). Nel XVI secolo la vara veniva trasportata dagli ignudi e nel seicento il cronista Pietro Carrera testimoniava ciò che secondo lui accadde la notte del 1126: «Imperoché all'hora gran parte de' cittadini (intendo dei maschi) andò ignuda a ricevere il santo corpo [...]; al che ciascun si mosse sull'esempio del vescovo Maurizio, che vi andò a piedi scalzi e ciò fu fatto per volontaria afflizione e penitenza presa per puro affetto e devotion della Santa».
Lo stesso autore però riporta che ai suoi tempi i portatori indossavano un camice di stoffa bianca che arrivava fino alle ginocchia lasciando le gambe nude e i piedi scalzi, probabilmente un vestiario antenato dell’attuale abbigliamento odierno.

Una terza spiegazione, a metà tra le due sopracitate, sintetica e concordante dai più descrive il sacco, semplicemente, come “saio penitenziale” di cui il colore bianco simboleggia purezza e fa da contrasto al nero della “scuzzetta”, il berretto che dovrebbe rappresentare il capo cosparso di cenere, in segno di sottomissione e umiltà. Quest’ultima rivisitazione delle origini del sacco sarebbe sostenuta anche dal cordone monastico bianco intorno alla vita dei devoti.

Il sacco di Sant’Agata è solo una parte, seppur centrale, del vestiario dei devoti, infatti, l’abbigliamento integrale è formato da cinque elementi con rispettivi significati: il copricapo di velluto nero, il saio, il cordone monastico (castità), i guanti (rispetto per la purezza della Santa) e il fazzoletto bianco (esultanza, agitato durante alcuni momenti della processione).

Dal mito, passando per la “tradizione”, ai giorni nostri il sacco agatino permane ma cambia il suo significato, divenendo ancor più profondo. I devoti che indossano il sacco lo fanno, solitamente, per riconoscenza verso Sant’Agata in seguito a una grazia ricevuta (spesso unendolo al trasporto di pesanti ceri votivi per le grazie chieste). Pur con un “nuovo” significato, rimane anche quello più antico di “pentimento”.

In conclusione non vi è certezza alcuna sulle origini del sacco agatino: c’è mito, c’è tradizione e anche rivisitazione ma nessuna sicurezza. Le fonti storiche mancano, dunque, è impossibile l’affidavit, il declarare certezza delle origini. Un unico fatto rimane senza alcun dubbio incontrovertibile: l’amore e la devozione dei catanesi per Sant’Agata.

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